Il disinnamoramento di M…

Un po’ mi mancano le strade vuote, l’assenza di gente, la mancanza di code, di rumore dei motori e di stop alla rotatoria alle 6 del mattino.

Mi manca perché fondamentalmente sono una sociopatica. Forse prima non lo sapevo e grazie a questa quarantena ho capito quanto mi piaccia il silenzio, lo stare per fatti miei o comunque scegliere con chi voler parlare e con chi no.

Ho sempre avuto pochissimi amici, gli altri li chiamo conoscenti. Apprezzo molto di più l’amicizia maschile, più vera e disinteressata che quella femminile, o quella di donne con il mio stesso carattere di merda. L’amicizia di attimi vissuti pienamente, piuttosto che di chiamate continue e incontri quotidiani.

Per me o è bianco o è nero, non ci sono vie di mezzo. O mi stai simpatico o mi stai sul cazzo, o ti amo o ti odio. Non sono una mediatrice, non sono una che attacca se non viene attaccata, preferisco il silenzio 🤫 quando capisco che non c’è altro da dire o che comunque non ne vale la pena di spendere parole inutili.

Mi innamoro facilmente e mi disinnamoro a fatica. Sono poco avvezza alle smancerie, la grazia e la delicatezza non sono sicuramente il mio punto forte. Però sono sincera e anche se non lo dimostro, chi mi conosce bene sa che la mancanza di effusioni viene compensata da mille altre forme di saper amare.

Non sono una persona facile, non sempre è ben chiaro cosa voglio e di che cosa ho bisogno. Ogni giorno è diverso dall’altro, sono quella dei no che invece vogliono dire si ma anche viceversa. Non è semplice capire il mio pensiero e credo che pochi ci siano riusciti… Mio marito forse sta percorrendo la strada giusta da poco tempo e siamo insieme da 18 anni.

Adoro quello che agli altri non piace o che è poco conosciuto o che rimane nell’anonimato, è ciò che più rappresenta anche il mio modo di essere. Non mi metto in evidenza, non voglio primeggiare o vincere voglio solo vivere la mia vita in semplicità circondata da ciò che amo. Un po’ come il bassista che rimane sempre un passo dietro agli altri ma che non può vivere senza la musica e il suo gruppo.

Nella mia vita pochi veri amori come poche vere amicizie. Ma tra tutto questo pocume anche tante delusioni e tanti rimpianti.

Sono la donna dalle mille passioni ma poi per mancanza di tempo, voglia e stimoli quelle che rimangono sono veramente poche. Per ora mi dedico alla musica e al vino.

“Dio ci ha dato la musica in primo luogo per indirizzarci verso l’alto. La musica raduna in sè tutte le virtù, sa essere nobile e scherzosa, sa rallegrarci ed ammansire l’animo più rozzo con la dolcezza delle sue note melanconiche, ma il suo compito principale è guidare i nostri pensieri verso l’alto, così da elevarci, da toccarci nei profondo”.

Questo scriveva Nietzsche a 14 anni e rappresenta il mio ánimo rozzo e rude che racchiude invece una dolcezza quasi impalpabile.

Sono la gioia e il dolore

Il bello e il brutto

Il riso e il pianto

Il giorno e la notte

L’amica e la nemica

Chi vorrà conoscere il mio mondo sommerso o affoga o tornerà a galla con il più ricco dei tesori.

Sommelier in azione
Concerto Morgan con Marito e amici pazzi
Always❤️
Le vecchie della foresta 🤣

#11 Io, infermiera ai tempi del coronavirus

Ieri siamo entrati ufficialmente nella fase 2, o meglio la fase in cui capisci che era meglio la fase 1 solo per il fatto di non vedere la gente.

Questa idea di finta libertà, di finti abbracci, di finto buonismo, di finti fidanzati o parenti mi disturba enormemente.

Spero che arrivi velocemente la fase 3, quella dove forse l’economia potrà ripartire, dove tutte quelle famiglie in difficoltà potranno essere serene perché avranno un’entrata mensile che pian piano gli permetterà di rialzarsi, e non dove lo sportivo improvvisato di turno, che prima non faceva nemmeno mezza flessione, esulta perché può uscire a farsi una corsetta solo perché prima gli è stato vietato.

Quella dove potrai riabbracciare gli affetti lontani, quelli veri e duraturi, che hanno resistito a lontananze quotidiane e anche a questa, invece forzata. Tutti quegli amici con cui ti senti per telefono, Messenger, whatsapp e videochiamate ed è una gioia anche così, perché arriverà, a tempo dovuto, il momento di potersi guardare nuovamente negli occhi, e tu sai già che sarà più bello di prima.

Per il resto la quarantena l’ho vissuta così, tra alti e bassi, tra momenti di gioia vissuta in famiglia e momenti di noia e arrabbiature.Tra un ricordo dolce e un altro un po’ più amaro. Tra amicizie cancellate e quelle ritrovate. Tra una carezza di chi sai con certezza che sarà sempre al tuo fianco e uno schiaffo di chi invece forse non c’è mai stato.

È passato così anche il giorno del mio 44 mo compleanno, ma tanto io i compleanni non li ho mai veramente festeggiati, è solo un altro anno in più pieno di auguri solo di consuetudine e di facciata e quindi chi se ne frega.

Sono stati giorni bui ma anche intensi, che ti fanno capire cosa è importante nella tua vita e cosa no. Sono diventata più esigente con me stessa (non che prima non lo fossi) e con gli altri, ma anche più stronza. E la mia sociopatia forse è solo selettiva ed allora va bene così.

Ma sono solo io…. E mica lo sapevo…

WILD IS THE WIND – storia di una canzone

Qui la 1 parte dell’articolo

Chi ascolta per la prima volta Wild is the wind non può che restarne rapito.

Scritta dal compositore Dimitri Tiomkin e il paroliere Ned Washington nel 1957 per il film omonimo Wild is the wind (Selvaggio è il vento) di George Cukor, fu interpretata per la prima volta da Johnny Mathis nel novembre del 1957.

La metrica è molto flessibile, una voce pulita colloquiale quella di Mathis, espressione della popular song di quei tempi. Una ballata easy listening.



Successivamente nel 1959 fu interpretata da Nina Simone, la sua prima versione la troviamo nell’album “Nina Simone at town hall” e nel 1966 nella compilation “Wild is the wind“. Il pianoforte e la voce tremolante di Nina rimodellano la canzone donando al brano aria nuova. Si percepisce nella sua interpretazione magistrale il senso della perdita del sentimento e della speranza.

La voce di Nina ti sfiora come un alito di vento.

Nel brano sono stati aggiunti abbellimenti come “don’t you know…” e ” you’re lite itself”


live in New York 1964

La versione di Nina Simone del 1966 fu ripresa poi da David Bowie nel 1976 come tributo alla cantante. I due si incontrarono a Los Angeles nel 1975, la versione di Nina ispirò Bowie che la introdusse nel suo album “Station to Station“.

Boewie la pubblicò anche come singolo nel 1981 per promuovere l’album ChangesTwoBowie, raggiungendo la 24ma posizione nelle classifiche del Regno Unito.



L’uscita del singolo è stata accompagnata dal video monocromatico di David Mallet, che raffigurava Bowie e i suoi musicisti seduti in cerchio su uno sfondo nero, fedeli all’estetica espressionista del tour “Isolar” del 1976. Nel video ci sono: Tony Visconti al basso verticale, Andy Hamilton al sassofono, Mel Gaynor (Simple Minds) alla batteria e l’assistente personale di Bowie, Coco Schwab, alla chitarra.



Bowie riesce a rendere questa opera immortale, con le sue deliziose chitarre acustiche e la sua performance vocale melodrammatica. A differenza della versione di Nina Simone qui non esiste il pianoforte.

Solo Bowie ha saputo cantare l’amore e il dolore più intimo in questa maniera, l’amore che ti avvolge e ti fa perdere la ragione, facendoti sentire come foglie trasportate dal vento.

“Come le foglie si stringono agli alberi
Oh, amore mio, stringiti a me
Perché siamo come creature nel vento”

E proprio come le foglie l’amore può precipitare proprio perchè mutevole e folle come il vento.

Negli anni di rivisitazioni e cover ne sono seguite molte, qui di seguito ne troverete alcune, ognuno scelga la sua preferita…


Connie Stevens 1962

Patty Waters 1966

Xymox 1993

Billy Mackenzie e Steve Aungle 1994

George Michael 1999

Randy Crawford – 2001

Morgan live Bologna 2007

Esperanza spalding 2009

Bat for lashes 2010

POLIGLOTTARMONIA

In  questo periodo  buio e triste il mio piccolo grande spiraglio di luce, quella finestra aperta sul mondo, si trova nella musica.

Se chi padroneggia molte lingue è detto poliglotta, come potrà mai chiamarsi chi invece parla tante lingue musicali?

Un poliglottarmonico, mi piace come epiteto.

Qualche anno fa fu coniato il termine petaloso, perché non posso inventarmene  uno tutto mio per descrivere la mia capacità multi tasking in ambito musicale.

Ecco io sono una poliglottarmonica, vivo, ascolto, canto parlo e suono molta musica. Quando sento qualcuno chiedermi “ma che genere di musica ascolti?” di solito faccio fatica a rispondere.

Non sono etichettabile in nulla, quindi d’ora in poi sarò una poliglottarmonica.

Un altro poliglottarmonico secondo me è Morgan (non voglio assolutamente equipararmi al suo genio in campo musicale sia chiaro) ma anche per lui questo epiteto calzerebbe a pennello, un genio pazzo della musica, ma i geni, si sa, sono anche particolari, non vengono compresi da tutti.

Sul vocabolario la definizione di  poliglottarmonico suonerebbe più o meno così:

dal greco  πολύγλωττος αρμονική, polýglōttos, composto da poly- ‘poli-‘ e glṓtta ‘lingua’ e ἁρµονία armonia, unione, accordo. Di persona che conosce e parla più lingue musicali con una concordanza tra elementi (suoni o assonanza di voci) diversi che provoca piacere.

Nella mia poliglottarmonia sto leggendo da qualche tempo un libro di Luca Bragalini “Storie  poco standard le avventure di 12 grandi canzoni tra Broadway e Jazz” dove, partendo da uno Standard  della musica Jazz si percorre la sua storia e la sua evoluzione nel tempo e nello spazio.  13 capitoli per 13 canzoni (over the rainbow, Liza, Georgia on my mind, I’ve Grown Accustomed to her face, Autumn Leaves, How long has this been going on, white Christmas, My favorite things, Someday my prince will come,little girl blue, Ev’ry time we say goodbye, Nature boy, Nothing to lose)  raccontate non solo attraverso le parole ma anche attraverso  l’ascolto  delle tante tracce disponibili in rete.

Mentre ascoltavo il brano Little Girl blue nella versione di Nina Simone, consigliata appunto dal libro, mi sono imbattuta, attraverso la playlist dei “consigliati per te” di youtube, in una delle mie canzoni preferite interpretate da David Bowie “Wild is the wind”, così ho cercato di fare una mia linea di ascolto che ripercorre la storia di questa magnifica canzone legata anche alle persone che l’hanno interpretata.

Per ora vi lascio il testo della canzone e l’interpretazione di Morgan…..Presto ne saprete di più

WILD IS THE WIND

(Tiomkin/Washington)

Love me, love me, love me, say you do
Let me fly away with you
For my love is like the wind, and wild is the wind
Wild is the wind
Give me more than one caress, satisfy this hungriness
Let the wind blow through your heart
For wild is the wind, wild is the wind

CHORUS
You touch me,
I hear the sound of mandolins
You kiss me
With your kiss my life begins
You’re spring to me, all things to me
Don’t you know, you’re life itself!

Like the leaf clings to the tree,
Oh, my darling, cling to me
For we’re like creatures of the wind, and wild is the wind
Wild is the wind

CHORUS

Like the leaf clings to the tree,
Oh, my darling, cling to me
For we’re like creatures in the wind, and wild is the wind
Wild is the wind

FOLLE E’ IL VENTO 

(Tiomkin/Washington)

Amami, amami, amami, di’ che mi ami
Lasciami volare via con te
Perché il mio amore è come il vento, e folle è il vento
Folle è il vento
Dammi più d’una carezza, soddisfa questa mia brama
Lascia che il vento ti soffi nel cuore
Perché folle è il vento, folle è il vento

RITORNELLO
Mi tocchi,
sento il suono dei mandolini
Mi baci
Con il tuo bacio inizia la mia vita
Sei la primavera per me, sei tutto per me
Non lo sai, sei la vita stessa!

Come le foglie si stringono agli alberi
Oh, amore mio, stringiti a me
Perché siamo come creature nel vento, e folle è il vento,
Folle è il vento

RITORNELLO

Come le foglie si stringono agli alberi
Oh, amore mio, stringiti a me
Perché siamo come creature nel vento, e folle è il vento,
Folle è il vento

#10 Io, infermiera ai tempi del coronavirus

“Se ne vanno”

Se ne vanno silenziosi e mestamente
Come se avessero vissuto inutilmente


E della loro vita fatta di lavoro e sacrifici e di umiltà
Chissà se poi qualcuno di loro si ricorderà


Se ne va via questa generazione
Che ha reso grande questa nazione


Che ha vissuto la guerra
Che ha zappato con le mani la terra


Che ha subito privazioni e fame
Che ha sempre saputo dare il giusto peso al pane


Se ne vanno mani dai calli indurite e visi segnati da rughe profonde
Che han lavorato con tutto il sudore della propria fronte


Mani che macerie hanno spostato
Che hanno piegato ferro e tanto cemento hanno anche impastato


Visi segnati dal sole cocente
Oppure dal freddo pungente.


Se ne vanno quelli delle prime lambretta, delle prime cinquecento
Questi sono quelli che stan scomparendo.


Se ne va la generazione della tv in bianco e nero
Quelli che il benessere se lo son sudato davvero


Se ne vanno da soli
avvolti in bianchi lenzuoli


Con loro se ne va la comprensione l’ esperienza
Il rispetto e anche la pazienza


Pregi ormai da molti dimenticati
E che essi con il loro fare ci hanno insegnati.


Se ne vanno senza un bacio senza una carezza
Con l amore e con il lavoro che hanno donato come unica certezza.


Se ne vanno questi nonni che sono la memoria storica di questo paese
Quelli che di questo maledetto virus ne hanno di più pagato le spese.


Ora l’Italia tutta a loro deve dare l ultimo saluto con una dolce carezza
E dire a loro che averli avuti qui è stata l unica bellezza


Quindi noi tutti uniamoci in questa carezza virtuale
È l unico modo per poterli ringraziare

(Perazzi Anna Rita dal gruppo Cosine di FB)

#9 Io, infermiera ai tempi del coronavirus

C’è uno spettro che si aggira
Un futuro medio evo
Nell’Europa del duemila
Come un angelo guerriero
Di un giudizio universale
Che condanna i desideri
In un incubo virtuale
Dove i mostri sono veri
Sentilo questo rumore
Vive dentro le rivolte Nella guerra che l’amore
Ha ingaggiato con la morte
È la nuova religione
È la voglia di nemico
Sembra la rivoluzione
Ma è soltanto l’odio antico
Della rabbia, la rabbia, la rabbia
Con la testa nella gabbia
È la rabbia, la rabbia, la rabbia
Uno sputo nella sabbia

Un testo quasi profetico quello degli Oro…. C’ è uno spettro che si aggira nell’Europa del 2000…. e questo mostro ha un nome ma non una faccia. E’ un’entità invisibile, impalpabile, ma talmente reale per chi la combatte ogni giorno.

Per chi lavora negli ospedali, nelle case di cura, nelle carceri e anche per chi ha incontrato il suo sguardo anche solo per un attimo, per chi è stato contagiato e può descrivere quest’entità con le proprie paure, con le sensazioni provate e con la gioia di chi ce l’ha fatta e può raccontare a tutti come è aver sconfitto questo virus maledetto.

Poi c’è chi non ce l’ha fatta.

E la loro storia, la faccia di quel virus, viene raccontata da parenti, amici ma anche da persone che li hanno accompagnati in quell’ultimo viaggio.

Questa è la faccia del virus che ha visto una delle vittime più giovani del COVID-19 nell’ospedale San Gerardo di Monza. Un ragazzo di soli 36 anni della provincia di Bergamo, venuto a mancare dopo una battaglia durata 4 settimane.

La sua storia la può raccontare l’infermiere che gli è stato vicino in quei giorni interminabili, quando nemmeno un familiare poteva stargli vicino. Quell’infermiere oggi nel profilo Facebook del ragazzo scrive:

L’ultimo post su Facebook di Emiliano risale al 7 marzo scorso, si era sfogato dopo aver visto in montagna rifugi aperti e tanta gente in giro. E quella rabbia era sfogata in un “ora esco, vado a respirare e scusatemi se mi incontrate.” E dopo…. “Oggi ho un po’ esagerato”

Il giorno dopo Emiliano è risultato positivo al coronavirus, il virus ha guardato in faccia proprio lui e non l’ha più lasciato andare. E quella rabbia è giusta e comprensibile per un ragazzo giovane che amava la fotografia e i viaggi, a cui veniva privata la libertà della quotidianità, ma che vedeva intorno a sé la vita continuare a girare solo dove c’era un interesse legato al dio denaro.

Ti chiediamo scusa Emiliano, ognuno di noi è un po’ responsabile anche della tua morte, non abbiamo dato peso subito alla gravità della situazione, non abbiamo creduto alla capacità letale di questo essere invisibile, era solo una banale influenza, l’abbiamo pensato tutti. Non abbiamo fermato tutto in tempo e qualcuno continua ancora a non rendersi conto che bisogna stare fermi, in casa.

Tutti abbiamo anche pensato che i più giovani ce l’ avrebbero fatta e invece questo virus per te non si è girato dall’altra parte.

#8 Io, infermiera ai tempi del coronavirus

DOODLE  o in italiano scarabocchio.

Il concetto di doodle è stato utilizzato da Google nel 1998, anche in virtù  del fatto che la parola google e doodle fossero assonanti. Proprio in questa data, il colosso Google decise di decorare il logo aziendale della sua homepage per celebrare eventi speciali come festività, anniversari, scoperte, personaggi famosi e via dicendo.

Ad oggi Google, insieme al proprio team di grafici e disegnatori ha realizzato centinaia di doodle. Se volete vedere tutti i doodle di  Google basterà andare su questo link.

Questi sono i Doodle a tema Coronavirus.

Dal 4 Aprile Google ha iniziato con “Stay Home Save Lives” per poi ringraziare tutte le persone che, in tutte le parti del mondo, in questo momento di emergenza, si danno da fare per il bene della comunità.

Oggi però parliamo di un altro concetto di doodle legato alla doodle art, ovvero lo scarabocchio su foglio di carta, oggi diventato anche carta digitale grazie alle tavolette grafiche. Quante volte abbiamo preso in mano una penna e sovrappensiero, mentre parlavamo a telefono abbiamo cominciato a scarabocchiare un foglio di carta con ghirigori senza senso? Ecco quello è un doodle, anche se grossolano. I  doodle infatti  non sono  altro che una serie di disegnini intrecciati tra loro fatti a penna.

In rete possiamo trovare molti esempi di doodling , alcuni semplici, altri molto complessi da cui prendere spunto, basta scrivere doodle art ed il gioco è fatto.

Questi alcuni esempi da cui prendere spunto

Quindi mi sono armata di santa pazienza e in questi giorni di clausura, tra una lezione di basso, una pagnotta di pane con il lievito madre, le pulizie di pasqua e i figli che fanno saltare i nervi ho deciso di spolverare la mia tavoletta grafica. Senza nemmeno avere idea di come funzionasse mi sono messa a produrre il mio primo doodle prendendo spunto da un’immagine che piaceva a mio figlio e dopo una settimana di parolacce e mal di schiena è uscito fuori il mio piccolo primo MostroDoodle

#7 Io, infermiera ai tempi del coronavirus

Oggi mi rode parecchio il culo.

Scusate il francesismo, ma ci sta…

Ci sta che sto incazzata con il mondo intero, perché i miei figli non vanno a scuola da un sacco di tempo, perché non posso vedere e abbracciare le persone a me care, perché non vado a lavorare per stare accanto ai miei figli più che posso e per preservarli dall inadeguatezza di tanti incompetenti e dal menefreghismo di molti altri. Sono incazzata perché, quando invece vado a lavorare, i miei figli li devo tenere lontani, non posso abbracciarli o baciarli come ogni volta per paura di contaggiarli e mi ritrovo a piangere perché c’è il più piccole che invece vorrebbe stare con la sua mamma.

Sono incazzata perché ho persone a me care che sono a Milano, Bergamo, Modena, Bologna, Pesaro e Rimini che so cosa stanno passando e vivendo. Alcuni sono rinchiusi in casa malati di questo maledetto virus, c’è chi è solo e con la paura spera che arrivi il giorno che quel tampone diventi negativo o che potrà di nuovo viaggiare e riabbracciare genitori, fratelli, amici e fidanzate senza contagiare nessuno. Qualcun altro è un infermiere come me, ed è in prima linea in questi posti flagellati dal virus. Quando torna a casa lo fa con l’angoscia nel cuore, si isola dai figli, dai nipoti, dai genitori per paura di far del male alle persone che più ama al mondo segnato nel corpo e nell’anima da quegli sguardi che supplicano di salvargli la vita, di stargli accanto, di sentire i propri cari per l’ultima volta.

Sono incazzata perché molte di queste persone che conosco sono infermieri come me, colleghi incontrati nei miei vari posti lavorativi e con cui ho passato giornate intere a salvare vite e a cui sarò legata per sempre. Amici a cui ora non puoi nemmeno mettere una mano sulla spalla e dire “dai fatti forza io ti sono vicino”, per quel poco che conta.

Sono incazzata perché poi vedi persone che invece vanno in giro, che si spostano anche da una regione all’altra, forse anche ridendo perché non hanno incontrato nessuno per strada che le abbia fermate e gli abbia chiesto “ma qui cosa cazzo ci fa non sa che se ne deve stare a casa? “. Gente che non ha figli, che non sa cosa significa tenere un bambino da ormai 20 giorni dentro 4 mura, bambini che si sa, sono abituati a spazi grandi, sempre all’aria aperte, mentre ora si ritrovano con un’aula ridotta a uno schermo di PC e video chiamate. Persone che non sanno cosa significa inventarsi ogni sera qualcosa prima di andare a letto per scacciar via le paure e gli incubi, per far si che la notte sia un po’ più dolce. Sono incazzata perché c’è gente che pensa solo a sé stessa, che minimizza e che non sa quanto valga il sacrificio di persone che rischiano la propria vita anche per teste di cazzo come loro, che come bambini capricciosi puntano i piedi gridando lo voglio… Crescete e imparate a stare al mondo. State mettendo in pericolo voi stessi, i vostri cari, le vostre famiglie, i vostri colleghi e nemmeno lo capite. A voi teste di cazzo do la colpa di tutto, di questa lunga carcerazione, degli incubi dei miei figli, dei pianti dei miei amici e colleghi, delle persone che piangono i propri cari e sono dovute rimanere a casa senza dare loro un ultimo degno saluto e anche di quel senso di paura che ci accompagnerà sempre ogni giorno e che a quanto pare mai potrete capire. Spero solo che non vi succeda mai una cosa simile, altrimenti dovreste riprendervela solo con voi stessi.

Perché no, non si tornerà a vivere normalmente anche quando saremo fuori da tutto questo… Vi abbiamo chiesto e pregato solo di rimanere a casa. Guardate la TV, fate videochiamate per sentirvi meno soli, coltivate hobby e nuovi interessi, tornate a studiare una lingua, uno strumento, scrivete, leggete, cucinate…. Di cose da fare ce ne sono tante.

E riflettete su questo….

“Questa e’ la fine di una notte… una notte molto difficile. Avevamo finito tutti i ventilatori polmonari e non avevamo letti disponibili. Il telefono suonava di continuo, chiamate dal pronto soccorso, dalla murg, tutte per segnalarci pazienti che necessitavano di cure intensive, che non ce la facevano più sotto quella maschera. Eravamo disperati. Poi la bellissima notizia di un nostro paziente ricoverato dal 10 marzo, un ragazzo di 47 anni, estubato da due giorni. Verificato il decorso positivo abbiamo potuto trasferirlo all’1 di notte per liberare il posto e renderlo disponibile. Nella notte tra alti e bassi abbiamo perso anche una ragazza giovanissima di 27 anni…27 anni così pochi.
Come si dimenticano quelle immagini adesso? Ci siamo sentiti impotenti. Nulla abbiamo potuto nonostante le mille macchine e strumenti a disposizione.
In quel momento non lo so a cosa ti appelli, a cosa ti salva. A che pensieri possono aiutarti per mandare giù quel boccone così amaro e se c’è un pensiero che può sollevarti da quel dolore. Abbiamo “difeso” quella postazione oramai libera con i denti, sperando di arrivare alle 7 della mattina senza nuovi ingressi, quasi per poter dire … “ dai forse le cose stanno migliorando” e invece l’ennesima chiamata dal pronto soccorso. Questa volta le nostre mani hanno dovuto aiutare una donna. Siamo al collasso e a quelle persone che ancora sottovalutano questa emergenza, a chi pensa che rinchiudersi in casa e’ disumano e non servirà a niente, agli oltre 2 mila denunciati per inosservanza del provvedimento delle autorità, vorrei dire che restare a casa vuol dire salvare la vita di una persona.
In questa battaglia siamo tutti insieme, ad ognuno la propria parte.” (Martina T.)

La mia amica Marty una guerriera ❤️

E a voi, cari amici miei, tenete duro. Non sono li con voi ma nel mio cuore ❤ ci siete tutti, i miei grandi supereroi in prima linea. Distanti ma uniti… Vi voglio bene…. Anche se oggi mi rode tanto il culo

#6 Io, infermiera ai tempi del coronavirus

Stamattina mia madre ha condiviso su Facebook questa poesia scritta da lei…. Lei sa poco del mio lavoro, non sono una brava comunicatrice e so solo borbottare tra me e me, ma la ringrazio per questo pensiero e volevo condividerlo.

MIA FIGLIA FA L’INFERMIERA

Buon giorno oggi metto questa foto per vedere un po’ di colore
Mentre ho buio nel mio cuore
Esso è un uovo pitturato
Che tanti anni anni fa ho realizzato
A lui il corona niente di sicuro farà
A lui niente accadrà
Ma io non sapete mie care
Ho una figlia che lavora in ospedale
Si mia figlia è un infermiera
E mi dice “mamma la cosa è nera
Ciò che si vede non è bello
E nel cuore ho un gran fardello
Ogni giorno noi combattiamo
Ma le armi per combattere non ne abbiamo”
Quando torna a casa è stanca morta
Anche per lo stress che questo comporta
Lei lavora al reparto neo natale
E mi dice ” qui mamma non si sta male
Cose gravi non abbiamo ma se arriva questo mostro
Che facciamo nell ospedale nostro ?
Senza armi per affrontare
Questo virus micidiale
I posti in rianimazione sono pochi
E altri respiratori non sono arrivati e se arriveranno arriveranno dopo i fochi?
È snervante anche sapere
Se arriva qui cosa potrebbe accadere.
Io so quali sono i suoi affanni
È mia figlia da 45anni
E le dico sii forte siamo nelle mani del Signore
Ed a lui affidiamoci tutte le ore
Il tuo lavoro è una missine
Ed anche in questo periodo affrontalo con passione
Per voi suoni di tromba che affrontate in prima linea , oggi trincea,
questo virus che è grande come una marea
Che vi e ci sommerge e ci impaurisce,
che dal più giovane all anziano tutti colpisce
Siete voi la nostra forza
Il coraggio dai il buio smorza
Sono certa passerà,
ma il ricordo per sempre resterà
dei caduti e dei soldati
che il virus ha sacrificati.
Sii forte allora cara figlia
Combatti contro il virus per te per gli altri e per la tua famiglia